Documenti degli ospiti su WhatsApp: perché è una pratica ad alto rischio

Documenti degli ospiti su WhatsApp perché è una pratica ad alto rischio

Documenti degli ospiti su WhatsApp: perché è una pratica ad alto rischio

Per molti hotel indipendenti, boutique hotel e family hotel, la reception è molto più di un semplice banco di accoglienza.

È il vero centro operativo della struttura, il punto in cui passano persone, informazioni, documenti, responsabilità.

Nel mondo dell’extra-alberghiero italiano, WhatsApp è diventato uno strumento quotidiano.

È veloce, immediato, informale.

Si usa per rispondere a una domanda, per coordinare un arrivo in ritardo, per chiarire un dettaglio dell’ultimo minuto.

Fin qui, nessun problema.

Le difficoltà iniziano quando WhatsApp viene spinto oltre il suo utilizzo naturale e diventa il canale attraverso cui si chiedono e si ricevono documenti di identità o altri dati personali legati al check-in.

Ecco, in quel momento non stiamo più parlando di semplice comunicazione, ma di trattamento dei dati.

E il livello di responsabilità – e di rischio – cambia completamente.

WhatsApp: cos’è e cosa non è

WhatsApp nasce come strumento di messaggistica, progettato per consentire lo scambio rapido di informazioni tra persone.

Non è, e non è mai stato, un sistema pensato per la raccolta strutturata, la gestione e l’archiviazione dei dati personali.

Usarlo per ricevere documenti di identità non lo rende automaticamente conforme.

Cambia solo il tipo di rischio che il gestore si assume.

Cosa succede davvero quando chiedi i documenti su WhatsApp

Nella pratica quotidiana, lo scenario è spesso sempre lo stesso.

L’ospite invia la foto del documento “così facciamo prima”.

L’immagine arriva sul telefono personale del gestore o dell’operatore.

Resta nella chat, entra nel backup automatico del dispositivo, può essere sincronizzata nel cloud, copiata, inoltrata, scaricata.

Il dato non resta fermo in un punto solo, si moltiplica. E il controllo si perde.

Perché parliamo di dati ad alto rischio

Un documento di identità non è un’informazione qualsiasi.

Contiene dati anagrafici completi, il numero del documento, una fotografia, la cittadinanza.

Sono informazioni che, secondo il GDPR, richiedono una gestione attenta e rigorosa: finalità chiare, sicurezza, limiti di conservazione, tracciabilità del trattamento.

WhatsApp non nasce per garantire tutto questo e, soprattutto, non permette di governare l’intero ciclo di vita del dato.

Il tema dei server extra UE, spesso sottovalutato

C’è poi un aspetto che molti ignorano o danno per scontato.

WhatsApp è un servizio di Meta e i dati possono transitare su server al di fuori dell’Unione Europea, essere replicati in Paesi terzi e non risultare direttamente localizzabili da chi li riceve.

In molti casi, la struttura non è nemmeno in grado di indicare dove si trovino fisicamente i dati degli ospiti.

Dal punto di vista del GDPR, questo equivale a un trasferimento extra UE, con responsabilità che restano sempre in capo al titolare del trattamento, cioè alla struttura o al property manager.

Il problema non è WhatsApp, ma come vengono gestiti i dati

Questo non è un attacco allo strumento in sé, perché WhatsApp non è “il colpevole”.

Il vero tema è la gestione dei dati degli ospiti , la responsabilità del gestore e la riduzione del rischio operativo.

È un argomento che rientra pienamente nell’area della gestione normativa e burocratica e che tocca aspetti fondamentali come la protezione dei dati personali, l’applicazione concreta del GDPR nelle strutture ricettive e la corretta gestione degli adempimenti legati al check-in.

Quando la “comodità” diventa un problema

Succede spesso così: l’ospite invia la foto del documento “per comodità”. Il gestore la riceve sul telefono personale, la salva in galleria, la utilizza per il check-in e poi se ne dimentica.

Mesi dopo il telefono viene cambiato, ma il backup cloud resta attivo e dati sono ancora lì.

Non c’è nessuna finalità dichiarata, nessuna cancellazione e la piena responsabilità è della struttura.

“È crittografato, quindi siamo a posto”: un falso senso di sicurezza

Un altro errore molto comune è pensare che la crittografia risolva tutto.

La crittografia protegge il messaggio mentre viaggia, ma non dice nulla su cosa succede ai dati una volta arrivati sul dispositivo.

Il GDPR richiede molto di più: che i dati siano raccolti per uno scopo preciso, accessibili solo a persone autorizzate, conservati per il tempo necessario, cancellabili e tracciabili.

WhatsApp non consente di controllare questi aspetti e non permette di governare l’intero ciclo di vita del dato.

Perché il rischio esiste anche senza incidenti

Il problema non è solo l’hacker o la violazione clamorosa.

Il rischio reale è più quotidiano: la perdita del dispositivo, l’accesso da parte di terzi, l’uso di telefoni personali, i backup automatici, l’impossibilità di dimostrare come i dati sono stati trattati.

Anche senza incidenti evidenti, la gestione può risultare non conforme.

Cosa fare, senza demonizzare WhatsApp

WhatsApp può continuare a essere uno strumento utile per comunicare con l’ospite, inviare istruzioni, coordinare l’arrivo, rispondere alle domande.

Ma non dovrebbe essere usato per raccogliere documenti, conservare dati personali o gestire operazioni sensibili legate al check-in.

La soluzione non è vietare, ma separare i canali: comunicazione da una parte, raccolta e gestione dei dati dall’altra.

Separare i canali significa ripensare il flusso di check-in in modo strutturato, evitando scorciatoie rischiose e riducendo il carico operativo in reception.

È lo stesso principio alla base di un check-in progettato per essere rapido e conforme e di una reception digitalizzata che lavora meglio ogni giorno.

Proteggere i dati degli ospiti significa proteggere la tua attività

Usare WhatsApp per ricevere documenti non è una scorciatoia innocua.

È una pratica ad alto rischio, spesso adottata in assenza di processi strutturati.

Quando la gestione dei dati è chiara, separata e governata, la compliance smette di essere un problema e diventa una conseguenza naturale del modo di lavorare.

La semplicità non deve mai compromettere la sicurezza. WhatsApp resta uno strumento utile, ma non per i dati sensibili.

Un processo digitale sicuro non solo rispetta la legge: rende il lavoro più fluido, il gestore più tranquillo e l’ospite più protetto.

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